Natale “no contact” – non è egoismo, è sopravvivenza

Natale no contact
Natale “no contact” – non è egoismo, è sopravvivenza | traduttoregiurato.de

Abbiamo già parlato in un altro blog post di quanto il Natale e le altre feste (Capodanno e l’Epifania) possano essere crudeli, soprattutto per via di quelle domande “di rito” che in questi giorni familiari e parenti serpenti – zii, nonni e compagnia bella – si sentono autorizzati a porre a figli e nipoti.

“Flying home for Xmas” può trasformarsi, per alcuni, in un vero e proprio inferno. Si legge infatti nei giornali che sempre più persone scelgono di non trascorrere le vacanze di Natale con la propria famiglia. In alcuni articoli si parla soprattutto di giovani, ma senza che il fenomeno venga attribuito in modo univoco a una specifica generazione.

Sembra essere una scelta voluta e sentita, dettata dal desiderio di non interrompere la propria routine quotidiana, quella routine che alimenta il proprio equilibrio mentale o – per dirla all’inglese – la propria mental health.

Ma perché si sceglie un Natale “no contact”, cioè lontano dalla propria famiglia e, più precisamente, “senza alcun contatto”, come se la famiglia – e tutto ciò che rappresenta tale istituzione – fosse un malato contagioso il cui contatto va evitato? Perché si opta per una scelta così radicale? Che cosa c’è che fa stare male quegli individui che a Natale e per le feste che seguono se ne stanno tranquillamente nei luoghi in cui vivono ogni giorno, lontani dalla famiglia d’origine?

Eh sì, si hanno più famiglie, perché la famiglia non comprende solo la classica coppia madre, padre e figli, ma molto di più.

Forse perché oggi si sta finalmente capendo che la famiglia non è solo origine: è anche scelta. La scelta, quando serve, è cura.

Famiglia è anche la donna non sposata di sessant’anni, senza partner, né prole, né animali domestici, che da anni festeggia il Natale presso una coppia di amici che la accolgono ogni anno con affetto.

Famiglia è anche il trentenne single con gatto che festeggia il Natale per la prima volta con il suo nuovo “figlio” peloso a quattro zampe. È una nuova esperienza “familiare” avere un essere vivente di cui prendersi cura per la prima volta, sentendosi meno soli.

Famiglia è anche la donna ultrasessantenne che, con due cani a casa, non può permettersi di allontanarsi per troppo tempo.

Famiglia è anche la mamma cinquantenne il cui marito – ahimè – scomparso troppo presto, festeggia un po’ annoiata il Natale con i suoi due figli a casa della suocera.

Famiglia è anche la mamma separata che ha perso un figlio e che decide di non festeggiare il Natale, mettendosi a letto già alle 21:00.

Famiglia è anche il vecchio uomo quasi sordo, ma ancora al volante (!), che abita da solo e festeggia il Natale da familiari e parenti senza sapere che alle 7:30 del 1° gennaio di quello che sarà il suo ultimo Natale spirerà, proprio all’inizio dell’anno in cui avrebbe festeggiato il suo centesimo compleanno. Tutto il quartiere aspettava il lieto evento di un centenario che, a 99 anni, decide invece di passare a miglior vita.

Famiglia è anche il quartiere in cui si vive, dove il vicino si improvvisa per te giardiniere ed elettricista al contempo. Anche questa è famiglia.

Famiglia è la vecchia ottantasettenne, sola e senza figli, il cui partner – uomo sposato – abita lontano, che festeggia il Natale da sola aspettando con gioia e trepidazione la Vigilia di Natale e le chiamate di ex colleghe, di amici vicini e lontani che pensano a lei ogni anno, senza alcuna eccezione. L’ottantasettenne è l’esempio calzante di come la rete di contatti interpersonali possa mantenerti giovane e attiva, senza connessione Internet e senza profili sui social. Basta una cornetta e una rete telefonica analogica di vecchio stampo. Chi ti pensa e ti vuole bene, ti parla.

Famiglia è anche quella composta dalla classica “formazione” genitori e due figli, in cui si sta seduti a tavola la Vigilia di Natale o per il pranzo di Natale perché “si deve stare insieme” e perché “si è sempre fatto così” e non si cambierà mai. Che asfissia.

Famiglia è anche la coppia di donne cinquantenni sposate che, per Natale, si separano per il break natalizio e decidono di passare le vacanze con le rispettive famiglie di origine (amano il rischio!).

Famiglia sono tutte quelle persone che decidono di stare con chi amano, senza distinzione di sesso o di età, a Natale non perché “si deve”, “lo si è sempre fatto” o “è sempre stato così”, ma perché è una loro libera scelta consapevole, senza schemi prefissati e asfissianti, né imposizioni o costrizioni.

Illustrazione di una famiglia riunita a Natale

Sconvolgendo un po’ il modo di dire “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, lo si potrebbe riadattare così: “Natale con chi vuoi e a Pasqua poi si pensa”.

Se “famiglia” vuol dire stare con persone che ti opprimono e ti tolgono il respiro, è molto più salutare, a livello mentale, scegliere le persone care con cui passare il Natale e le altre feste, perché “poter scegliere” è il lusso assoluto, sottovalutato da tanti. La scelta non è un capriccio: è una forma di cura. Curarsi e curare sono la forma più pura dell’amore.

“Famiglia” non sono solamente le persone con cui hai un rapporto di sangue, ma soprattutto quelle con cui coltivi un rapporto di scelta. Poter scegliere con chi stare è un balsamo per l’anima, vitale come l’aria che serve per respirare. Separarsi da una famiglia che intossica l’animo può essere il primo passo di un percorso di guarigione, e i motivi che portano molte persone a scegliere un Natale “no contact” sono spesso più che giustificati.

Come ricorda anche la psicoterapeuta Elisa Stefani in un recente articolo pubblicato su La Repubblica, questa scelta non nasce dal nulla né da un capriccio: il no contact dovrebbe arrivare alla fine di un percorso. Quando possibile, prima andrebbe tentato un dialogo autentico. Solo quando questo dialogo fallisce o diventa impossibile, proteggersi – anche dai propri genitori – diventa una necessità, non una colpa. Spesso, prima dello strappo, c’è una perdita di fiducia, e riconoscerlo può aiutare anche chi resta a interrogarsi, invece di giudicare (vedi ➔ articolo).

Se un legame ti ammala, la distanza può essere una medicina.

Separazione può anche significare guarigione. Stare insieme a Natale senza averlo scelto liberamente può equivalere a stare chiusi in una gabbia, dove si rischia di diventare belve rabbiose che finiscono per sbranarsi a vicenda. E poi sì che volano i piatti. E poi sì che si sente la mancanza del proprio nido, lasciato per tornare nella casa dei genitori che, con il passare degli anni, sempre meno casa tua è.

Ritornare a Natale dai propri genitori significa spesso rivangare nel giardino che rappresenta la tua esistenza, scavare buche che fanno riemergere strati e sostrati di vissuto con cui avevi già chiuso da tempo. Da persona adulta ti ritrovi improvvisamente adolescente, perché così ti trattano i tuoi. Ma tu, negli anni, sei maturata e sei diventata davvero adulta.

“Flying home for Xmas” non è solo legato alla nascita di un bambino a Betlemme: è anche, in un certo senso, la tua rinascita. A volte controvoglia, a volte con un parto cesareo doloroso.

E allora poter scegliere con chi passare il Natale non è un capriccio: è una forma di cura. Ci rende meno feroci. Perché dove non c’è scelta, non c’è amore.

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